Domenica 11 settembre 2022 Lc 15 – 1,3 – “Un uomo aveva due figli…”

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”.

Ed egli disse loro questa parabola: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?

Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta.

 Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice:

-Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto-. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte”.

Disse ancora: “Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta-.

Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto.

Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci.

Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: -Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza ed io qui muoio di fame!

Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati-. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: -Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio-.

Ma il padre disse ai servi: -Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi.

Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato-.

E iniziarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo.

Quello gli rispose: -Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo-. Egli s’indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo.

Ma egli rispose a suo padre: -Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso-.

Gli rispose il padre: -Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio, è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato-“.

Commento.

La parabola del “Figliol prodigo” si presta all’interpretazione spirituale come una pietra miliare per i suoi contenuti e per il fascino che ha sempre esercitato sui lettori dei Vangeli.                               

Un fascino che colpisce nel profondo, e fra tutte le parabole è una delle più ricordate perché smuove le nostre coscienze.

Rappresenta a grandi linee il percorso spirituale di tutti noi, di tutta l’umanità, suddividendola in due grandi gruppi.

Il figlio dice al Padre, con un atto di superbia e di estremo egoismo: “Dammi i miei beni”, cioè, io adesso faccio quello che mi pare della mia vita e dei miei beni, in questo caso è meglio paragonarli ai beni spirituali.

Li sperpera con egoismo, cioè pensando solo al piacere materiale: “Vivendo in modo dissoluto”. Poi, un giorno, il ravvedimento, il rimorso, il riconoscimento della colpa.

Il ritorno a casa rappresenta il percorso della nuova purificazione attraverso una lezione che non dimenticherà mai (evoluzione spirituale). E il secondo figlio che è di solito ignorato nelle omelie?

Egli rappresenta quella parte di umanità che, così com’è, pensa di stare dalla parte del Padre perché non fa del male a nessuno, perché ubbidisce sempre ai suoi comandi, perché si fa guidare, non prende iniziative e non si assume responsabilità.

Ma questo non gli impedisce di dire: “Non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici”. Un Angelo del Signore che rimprovera DIO? Quando mai.

Benedetto figliolo, se tu lo avessi chiesto al Padre, pensi che te lo avrebbe rifiutato? Quando tuo fratello se n’è andato, hai mai cercato di dissuaderlo?

Mentre era lontano, hai mai espresso il pensiero di andare a cercarlo per convincerlo a ritornare a casa? La vera libertà, e la felicità, sono nel bene, di qualunque natura esso sia.

Il secondo figlio era un parassita nella casa del Padre. Si accontentava di vivere di rendita con i beni spirituali del Padre.

Questo vuole anche dire che sia gli Angeli, che gli uomini, nessuno è esente da mancanze e tutti, indistintamente, abbiamo necessità dell’integrazione divina.

Entrambi i figli rappresentano l’umanità che deve fare un percorso evolutivo per diventare: “Perfetta come il Padre”.

Nella condizione in cui siamo: “Questa generazione”, ci siamo per necessità, cioè dobbiamo rieducarci alle “Leggi del Regno”.

Non basta sfinirsi in preghiere. È il pensiero, e poi le azioni che ci qualificano. Inoltre non ci sono leggi, basta comportarsi seguendo le line dell’amore.

Le parole del Padre avvalorano la tesi: “Dell’evoluzione degli spiriti”.

Infatti, quando il figlio gli chiede la sua parte di eredità, gliela dà senza fare obiezioni: “Libertà assoluta”. Poi il figlio sperpera tutto con il libero arbitrio.

Il Padre non interviene, non lo cerca anche perché sa che la conoscenza è dentro il figlio, deve solo risvegliarsi. Il ritorno alla Sua casa deve essere: “Spontaneo, desiderato, cercato”. Come dovremmo fare noi uomini sapiens: capire il perché.

Il figlio si ravvede, ecco il risveglio d’anima, unito a un rimorso cocente per la colpa commessa: “Trattami come l’ultimo dei tuoi servi”.

Il ritorno a casa simboleggia il percorso finale di purificazione. Il padre non lo giudica, non gli chiede dove è stato, non lo rimprovera per l’errore, perché il rimorso con il quale ha scontato la colpa è già un peso sufficiente.

Ora, il figlio è pronto per una nuova vita nella sua casa come: “Angelo fra gli Angeli”. Il percorso evolutivo, anche se non sarà simile, lo dovrà fare anche il secondo figlio. Il fatto che fosse nella casa del padre non l’ha messo al riparo da un grave errore al quale dovrà porre rimedio.

Il padre nella sua lungimiranza ha elargito ai due figli l’insegnamento che a loro serviva per diventare perfetti: “Tu sei sempre stato con me, e tutto ciò che è mio, è anche tuo, ma bisognava far festa … ”.

Non è sufficiente sentirsi perfetti, bisogna dimostrarlo. Non è con l’appartenenza che si guadagna la perfezione, ma con le azioni.

In tutte le religioni c’è questo errore. Professano l’importanza dell’appartenenza e sottovalutano la pedagogia dell’insegnamento che divulgano.

Dio è la massima intelligenza cui facciamo riferimento. Noi siamo i suoi figli. Quale Padre vorrebbe dei figli stupidi? Una massima spirituale di Khalil Gibran dice: “Non c’è santo senza passato e non c’è peccatore senza futuro”.

Questo è il principale motivo per il quale io considero i Vangeli non un libro di religione, ma un trattato di Pedagogia per lo sviluppo della nostra intelligenza.

Le parabole sono il primo passo dell’insegnamento. L’obiettivo è di farci pensare in libertà. Pensare liberi dai lacci delle passioni, delle ideologie, dei fanatismi, dai lacci dell’appartenenza.

Il pensiero spirituale nasce all’interno dei valori morali, come amore, fratellanza, amicizia, pace. Ma non ne è condizionato. Noi, nel formulare questo pensiero dobbiamo liberarlo dall’Io, come persona, e dal Noi, come gruppo.

Se è l’Io a condizionarlo siamo alla presenza dell’egoismo, della vanità, della superbia. Se invece ha (anche) il noi, non è un Noi come gruppo, ma un noi come branco. Ecco su cosa si fondono le religioni con i loro simboli dell’appartenenza.

Le religioni professano il perdono dei peccati con preghiere, doni votivi, e varie penitenze come digiuni, astinenze, pellegrinaggi.

Il percorso del primo figlio invece dice qualcosa di altro: “E’ con i fatti prima, e con le parole poi”, che inizia un processo di evoluzione dello spirito.

Lo sperpero dei beni del Padre lo stiamo già perpetrando. È la via del ritorno alla Sua Casa che non abbiamo ancora intrapreso.

Non parlo singolarmente, ma collettivamente. Noi siamo stati dei professionisti nel fare la diagnosi dei torti del figliol prodigo, trascurando invece il fatto che lui ha capito l’errore. E noi?

Nemmeno il figlio maggiore aveva capito. Il Padre non chiede nulla al figlio che ritorna. Non gli chiede di confessarsi, o di pregare per la salvezza della sua anima.

Se a un sacerdote capita un penitente che confessa due volte lo stesso “Peccato”, dovrebbe invitarlo a non confessarsi più. Non sono sufficienti due o tre Ave Maria per pulirsi dal peccato. Necessita un percorso di comprensione dell’errore.

Alcune piccole note.

Leggendo il libro: “Gli anni del Riso e del Sale”, di Kim Stanley Robinson, edito da Newton Compton Editori, ho letto una storiella buddista interessante.

Desidero raccontarvela perché penso si adatti al brano del vangelo di oggi.

Siamo nell’anno 1.209 d. C, a Lhasa, capitale del Tibet. Nel palazzo del Potala, dove risiede il Dalai Lama, si presenta un giovane appartenente a una famiglia importante.

Il giovane frequenta l’università, è intelligente, ricco di famiglia, nel fiore della gioventù, ammirato dalle ragazze, invidiato dai ragazzi, chiede udienza al Dalai Lama in persona per risolvere un problema, che secondo lui, è molto importante.

Gli è concessa, se non altro, per il rango della famiglia cui appartiene.

“Maestro”, esordisce il giovane, “Insegnami la strada dell’Illuminazione”.

Il Dalai Lama non gli risponde subito, chiama invece un monaco addetto al suo servizio per ordinare un tè per lui e il suo ospite.

Si siede su un cuscino e invita il giovane a fare altrettanto in quello di fronte a lui.

Il giovane si agita impaziente: “Maestro, non mi rispondi?”

Il Dalai Lama rispose: “Lo sto già facendo, ma a volte le parole sono di troppo”.

Passano diversi minuti in silenzio sorseggiando il tè ancora caldo.

Posate le tazze, aspettano che il monaco di servizio liberi il basso tavolino fra loro. Infine il Dalai Lama disse: “Chiedi un qualcosa che molti grandi Lama avevano cercato inutilmente di raggiungere nel corso della loro vita.

Ma i’indicherò ugualmente una strada da percorrere: quando incontri persone che chiedono, non importa se conoscenti o sconosciuti, usa con loro la compassione.

Anche per ciò che riguarda la tua persona usa la compassione. Molta compassione”.

Il Dalai lama cessò di parlare e rimase in silenzio. Il ragazzo capisce che l’udienza è conclusa. Non c’è dato di sapere se quel giovane aveva capito la lezione. E noi?

Aggiungo una breve frase di Don Primo Mazzolari: “Non sempre, dove c’è molta verità, c’è altrettanta carità”.

N.B. La storiella del Dalai Lama è liberamente tratta dal libro indicato. Non è modificata la sostanza, ma, a mio parere, aumentata la leggibilità.

M.G.

Le mie analisi seguono una linea spirituale, filosofica e pedagogica. In mancanza dei presupposti di base, passo all’analisi filologica dell’articolo, non teologica.

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