Domenica 9 gennaio 2022 Lc 3, 15-16. 21-22. – “Io vi battezzo con acqua…” –

Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Messia, Giovanni rispose dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene chi è più forte di me, cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.

Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato. In te ho posto il mio compiacimento”.

Commento.

Diventa sempre più difficile fare commenti a brani del vangelo proposti in questa estrema sintesi e con così poco di spirituale da dire. Inoltre c’è una cosa che non condivido assolutamente: la forma corporea dello Spirito Santo.

Nelle nostre Bibbie ci sono i Vangeli. Nei Vangeli si parla di spirito santo in forma corporea: una colomba. Se queste sono le parole dette da Giovanni, nessuno dei presenti ha capito di cosa stesse parlando.

Un’ultima considerazione. La trinità divina è composta di tre elementi: Padre, Figlio e Spirito Santo. La nostra trinità invece è formata da: Pensiero, Ragione, Coscienza. Ora, noi diciamo che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio.

Da questo si può desumere che Gesù sia nato con (e nella) la trinità divina. Che cosa dobbiamo pensare di questa discesa dello spirito santo al battesimo di Gesù? E poi che dire della circoncisione fatta quando aveva otto giorni di vita?

Le religioni hanno la necessità di coinvolgere i fedeli anche con rappresentazioni mitologiche, fantastiche, miracolistiche, paurose, con inferni e paradisi, diavoli e angeli, punizioni e assoluzioni. La risposta la lascio a voi che mi leggete. Di mio posso solo proporvi un brano tratto dalla filosofia.

MYTHOS E LOGOS (MITO E VERITA) sintesi.

Se ci si riferisce alle fonti della mitologia greca, si deve assegnare alla parola “mythos” (mito) un’area di significato piuttosto vasta, comprendente connotazioni che hanno a che fare con il parlare, il dire, annunciare un progetto, il narrare.

I miti, si presentano nelle strutture narrative come racconti (spesso di ampiezza e resa drammaturgica notevoli), che affrontano soprattutto i temi delle origini (degli dei, del mondo, dell’uomo, della coppia umana e dell’umanità).

L’obiettivo del mito (come in seguito quello del pensiero razionale) sembra essere la comprensione del reale di là dal suo offrirsi apparente. II racconto del mito, accessibile a tutti in quanto a linguaggio, ha la forma di una rivelazione.

Perciò la parola del mito ha un significato magico religioso. Essa esprime la verità (Alètheia) in modo assertorio: nessuno la contesta, nessuno la dimostra.

La pronuncia il poeta, che ha ricevuto il dono della veggenza dalle Muse, che possiedono la “memoria” e la “verità”. È una parola che esprime giustizia (poiché descrive, e spiega, l’equilibrio su cui si basa l’ordine cosmico), esige fiducia ed è persuasiva.

Quella che il mito esprime è una verità necessaria all’uomo, ma gli è esterna: egli non la produce e non la modifica, vi attinge.

Con lo sviluppo più maturo della filosofia greca, dal V, IV secolo a.C., il termine “Mythos” inizia a essere contrapposto a “Logos”.

Logos andrà ad assumere prevalentemente il significato di “discorso logico e razionale” mentre la complessa area di significati che si riferiscono a “mythos” finirà, fatalmente oscurata nel cono d’ombra della pre-razionalità.

Nel V secolo a.C. comincia ad affermarsi (con Ferecide e Acusilao di Argo) un’interpretazione secondo cui il mito, pur latore di buoni insegnamenti e di qualche verità, altro non sarebbe che: “Una ricostruzione di fatti storici distorta dalla fantasia e dalla poesia”.

Il passo decisivo verso un’interpretazione pienamente razionalistica del significato del mito, e verso un definitivo ridimensionamento della sua funzione, lo compiono Platone e Aristotele, per i quali la contrapposizione va posta tra “Il discorso che non richiede dimostrazione” (mythos) e l’argomentazione razionale (logos). 

“Il mito è un prodotto imperfetto dell’attività intellettuale, a volte contrapposto alla verità, a volte approssimato a essa, perché espressione di verosimiglianza”.

 Il filosofo napoletano Giambattista Vico sostenne che il mito rappresenta una forma autonoma di pensiero, che esprime, in società primitive, una concezione del mondo. Non che il mito non contenesse già la meraviglia dell’uomo di fronte alla realtà.

E nemmeno è pensabile una differenza tutta incentrata sul fatto che quest’ultima sia conoscenza razionale mentre il primo sarebbe caratterizzato piuttosto dall’irrazionalità dei suoi racconti. A quei racconti appartiene invece una sapienza che ben risponde ai bisogni spirituali e culturali di una società “arcaica”.

Se la meraviglia funziona da molla propulsiva, la differenza fra i due va ricercata nel diverso modo di accostarsi al problema della verità (Alètheia), parola composta che significa “ciò che non è nascosto”, “che è svelato” o “che è rivelato”.

Il poeta con i suoi racconti dà un ordine al mondo, così come l’oracolo ne scioglie i misteri. La parola ispirata non è discussa.

Essa è ascoltata, accolta dalla comunità che ne fa oggetto di credenza e di fede (nel senso dell’“affidarsi a” o del “fidarsi di”) e tutto ciò perché il mito non ha mai inteso essere “un’invenzione fantastica”, bensì la “rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo”.

“Ne consegue che il Mito (Mithos) è da considerarsi come un prodotto imperfetto dell’attività intellettuale, a volte contrapposto alla verità, a volte approssimato a essa, perché espressione di verosimiglianza, e seppur latore di buoni insegnamenti e di qualche verità, altro non sia che una ricostruzione di fatti storici, distorti dalla fantasia e dalla poesia”.  

Alcune piccole note.

Dello Spirito Santo ne ho parlato sia nei commenti ai vangeli passati, che in altri articoli sempre presenti nel sito. La convinzione che ho maturato in anni di ricerca e analisi è che lui è dentro di noi dormiente, e che aspetti solo che noi lo si attivi.

Penso anche che sia una capacità superiore che si mette in moto se ci sono le condizioni giuste. Per esempio un acculturamento mirato su argomenti che ci aiutino ad allargare le nostre vedute.

Poi, fare pulizia dentro il nostro modo di pensare, come ad esempio liberarci dalle paure di qualsiasi genere, di tutte le ideologie, dalle passioni estreme, da vizi condizionanti e dannosi.

Con questo voglio dire di guardare la realtà così come si presenta e non come si vorrebbe che fosse. Fare pace al nostro interno, accettarsi così come si è con benevolenza, e dove si può, cercare di migliorarsi nel tempo, e con pazienza. Insomma, è un aspetto del volersi bene.

Accettare gli altri senza pregiudizi, con una benevola attenzione e cercando, nello stesso tempo, si salvaguardare se stessi. Noi non siamo Dio, e nemmeno angeli custodi. Possiamo fare molto, non certo dei miracoli.

Contributi:

La Filosofia, dai Greci al nostro tempo – di E. Severino. Editore CDE su licenza RCS.

Brano adattato e sintetizzato presente in: Diatessaron, “il romanzo del Cristianesimo”, di Mario Garretto, esposto nel sito.

M.G.

I Vangeli sono come un albero che ha un’infinità di rami e foglie. I rami sono tutti attaccati al tronco, le foglie ai rami, il tronco alle radici, le radici alla terra.

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