Domenica 30 maggio 2021 Mt 28 – 16,20. – “A me è stato dato ogni potere in…”.

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.

Quando lo videro, alcuni di loro si prostrarono. Altri invece dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro:

“A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Commento. Nel Vangelo di Matteo, queste sono le ultime parole di Gesù, prima di lasciare gli apostoli e questa terra. Gesù è risorto e se ne sta andando.

Nella narrazione della resurrezione, tutti i redattori dei vangeli si sono cimentati nel tramandarci l’evento anche con differenze e contraddizioni, per questo motivo non faccio un commento, ma solo un ricorso in sintesi estrema per ricordarlo.

Un dato emerge come incontrovertibile: Gesù non è riconosciuto dopo la resurrezione, ma deve fare qualcosa per farsi riconoscere. La deduzione logica è che egli non sia il Gesù di prima, quindi non è un cadavere rianimato ma qualcos’altro.

Prima di continuare una domanda per mettere in evidenza la diatriba che c’è dai tempi dei tempi fra: “Fede” e “Ragione”. Dio è un essere ragionevole o un integralista? Si può credere in Dio solo con la fede, o con la sola ragione?

La risposta è scritta a chiare lettere nella storia dell’umanità, e delle religioni: “La fede senza la ragione è cieca, la ragione senza la fede e zoppa”. Amare Dio con tutto se stesso vuole dire con tutte le capacità di cui siamo dotati, nessuna esclusa.

Allora, se Gesù non è un cadavere rianimato, ma una manifestazione spirituale, tutto il discorso, dalla natività, passando per la sua predicazione: “Il corpo non giova a nulla”, alla resurrezione, tutto questo è in una linea logica coerente e senza contraddizioni.

La resurrezione va intesa simbolicamente come l’esemplificazione del percorso spirituale che deve fare l’umanità. Il cristiano ascolta la parola di Dio e la mette in pratica tutti i giorni, nei momenti in cui ne ha l’occasione. Poi sarà il tempo, la nostra intelligenza, la coscienza, che dirà se era giusto, o non giusto.

Ciò che leggiamo in Matteo, nel passo di questa domenica, è strettamente legato alla resurrezione e, per riflesso, a ciò che pensiamo sia successo.

Qui iniziano le nostre difficoltà. Come religiosi, siamo propensi a credere a quasi tutto il testo, ma l’ultima parte è difficile da accettare se non si crede nella resurrezione: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

Il linguaggio religioso è un insieme di: gioie e dolori, minacce e perdoni, promesse e profezie, paradisi e inferni, in misura così abbondante, che la maggioranza dei fedeli la confina nell’invenzione fantasiosa, se non fantastica.

Tanti hanno capito che Dio non ha parlato con nessun essere umano, e le classi sacerdotali sono uomini e donne come noi. Voglio dire con stessi pregi e difetti, che in questa vita ci dobbiamo tutti arrangiare, e basarci sulle nostre forze.

La maggioranza dei fedeli si è resa conto della differenza fra il Dio di Gesù e quello della Bibbia. Sullo Spirito Santo, in molti aleggia una certa diffidenza, perché non si è capito cosa è, quando arriva, e se è un dono per pochi.

Nel mondo ci sono religioni con principi simili, ma nessuna di queste, compresa la nostra, ha prodotto una società pacifica, paradisi in terra, miracoli. Promesse ne hanno fatte tante: nessuna mantenuta. Profezie a iosa: nessuna avverata.

Per avere una comprensione logica di tutto, anche se non basata su fatti oggettivi, dobbiamo passare a una lettura spirituale del testo, legandolo al perché della vita. Vi ricordate come iniziavano le fiabe: “Cera una volta…”.

“Tanto tempo fa, noi eravamo figli di Dio. Poi, essendo noi, nei comportamenti, poco divini, fummo cacciati dal Paradiso Terrestre (è un modo di dire). Dio allora ci disse: Vi metto su un pianeta tutto vostro, dove voi sarete i re incontrastati, e vediamo cosa siete capaci di fare.

Se vi comporterete come Dei, ritornerete […]. Se invece continuerete a comportarvi come demoni […]”.

Ho inventato questa breve storiella per dirvi, in sintesi, e con un linguaggio allegorico, ciò che penso sia il perché della vita: ritornare alla perfezione divina nei comportamenti. Oggettivamente ci si può riuscire. Se vogliamo.

E qui una nota dolente come fosse un macigno: dobbiamo usare la nostra intelligenza! Ahia. Forse è meglio un calcio in una gamba. Un po’ perché siamo dei pelandroni, un po’ perché qualche vizietto lo abbiamo tutti e ci dicono che è peccato.

E poi la vita è già dura così…. Sembra di sentire delle voci di fondo che accampano tutte le scuse possibili perché nessuno vuole fare questa fatica. Ma siamo sicuri che sia una fatica. Certo che farlo malvolentieri è faticoso, ma perché no.

Credo che abbiate capito il succo del mio dire. Come specie abbiamo un’intelligenza smisurata, ma la usiamo male. Possiamo paragonarla a quella divina, e lo vediamo in molti campi della scienza, della meccanica, della robotica etc.

Ma non vi sembra strano che ci sia così tanta magnificenza all’interno di tanta povertà? Questa frase viene da Tommaso l’apostolo negli apocrifi. Infatti, stiamo creando più danni che benefici a noi stessi e all’ambiente che ci ha dato la vita.

Se pensiamo che la vita sia tutta qua, beh, possiamo buttare alle ortiche il novanta per cento della nostra intelligenza, perché ciò che ci rimane, ci basta e avanza. Se invece si crede a qualcosa d’altro, ci si accorge che ne abbiamo, più o meno deliberatamente, buttato alle ortiche il cento per cento.

E pensare che Gesù sia vicino a noi fino alla fine dei tempi, non è una consolazione, salvo che non ci sia qualcuno che pensi: che così avremo una spalla su cui piangere. Non è una consolazione accettabile.

PS: Le analisi che propongo, sono scritte seguendo una linea prettamente spirituale. Nel succedersi dei commenti alcuni concetti si possono ripetere. I Vangeli sono come un albero: ha un’infinità di rami e foglie, ma è sempre un albero. I rami sono tutti attaccati al tronco, e le foglie ai rami.

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